Avessero il coraggio di chiuderci…

Per ancora una volta ho l’onore di vedere un mio articolo sul numero di Marzo 2015 Graffiti (Periodico edito dall’Associazione Culturale Graffiti, a cui vi suggerisco di abbonarvi).

10984213_963135373706230_2850210006561602600_nQuesto il mio intervento:

I tempi per i piccoli comuni, intendo qui quelli sotto i 3mila abitanti, hanno oramai i giorni (o legislazioni se vogliamo) contati. Pensando a tutte le varie norme e regolamentazioni emesse negli ultimi anni, senza guardare il colore dei governi, ritengo sia chiaro il futuro dell’assetto istituzionale del nostro Bel Paese oramai disegnato dal legislatore: i piccoli comuni devono sparire.

Non voglio analizzare in questo scritto il merito sulla questione di base (cancellazione o meno dei piccoli comuni, e per onor di cronaca io sono contrario, sebbene favorevole all’obbligo di consorziare i servizi), ma unicamente discutere di un semplice e fondamentale aspetto: il non prendersi la responsabilità delle proprie scelte. Perchè? Semplice: la decisione sembra oramai presa (e spiego poi il perché sembra così) ma nessuno, dall’alto della stanza dei bottoni nazionale, vuole scriverlo nero su bianco. Si emettono leggi e regolamenti che segnano la strada spingendo, in maniera forzata (o “spintaneamente” come si potrebbe dire in maniera più edulcorata), i piccoli comuni a prendere in seria considerazione l’idea di fondersi con altri piccoli comuni.

Alcuni esempi di norme e situazioni assurde per i piccoli comuni? Negli ultimi 5 anni si è visto una progressiva diminuzione del numero dei consiglieri per i comuni sotto i 3000 abitanti: si è passati da 12, a 9 consiglieri nel 2011 e a 6 nel 2012. Così come si sono ridotti i componenti della giunta: si è passati da un massimo di 4 per poi passare a 0 – esatto, zero, con un sindaco tuttofare, nel 2012. Questa grossa riduzione porta un ovvio calo della rappresentanza, ma soprattutto un netto calo della “forza lavoro” gratuita a disposizione dei nostri comuni: lo sappiamo bene, gli amministratori locali spesso regalano davvero tanto ai nostri comuni in termine di lavoro ed impegno. Meno sono gli amministratori potenzialmente impegnabili, meno saranno le risorse a costo zero (o quasi zero) che potranno essere attivate: quindi si dovranno tagliare i servizi oppure aumentare i costi. La legge “Delrio” (Legge n.56 del 7 aprile 2014 “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”) ha ripristinato la situazione con un minimo di dignità arrivando all’attuale cifra di 10 consiglieri e massimo 2 assessori per i comuni sotto i 3mila abitanti. Ma c’è un ma, e bello grosso. Le indennità sono notevolmente diminuite per il “contenimento della spesa pubblica”. Sino al 2014 un Sindaco di un paese sotto i 3mila abitanti percepiva un indennità LORDA di circa 1100 euro, dimezzati nel caso fosse un dipendente (pubblico o privato). Un vicesindaco il 15% dell’indennità del sindaco (quindi dagli 80 ai 160 Euro lordi) e un assessore il 10% (quindi dai 60 ai 120). E se già queste erano cifre irrisorie per le casse pubbliche, soprattutto se paragonato al lavoro fatto dagli amministratori locali, ora è stato diminuito: le indennità sono scese di circa il 20%. Qualcuno di voi conosce tagli altrettanto elevati avvenuti tra i consiglieri regionali (variano da regione a regione, ma in Lombardia arrivano a percepire anche 11mila euro più eventuali indennità di carica) o membri del parlamento? E cosa dire dei consiglieri comunali? I consiglieri comunali dei piccoli comuni attualmente percepiscono un gettone di presenza di circa 12 euro lordi (varia dalle varie interpretazioni alla legge data dai segretari comunali) a consiglio comunale, quindi circa 70/100 euro LORDI all’anno. Sono queste le spese da tagliare? E le ultime interpretazioni vogliono azzerarla per i comuni sotto i mille abitanti. Ovviamente non è solo una questione economica (e comunque lo è, perché sembra si voglia portare a fare politica solo chi può permettersi di accantonare il proprio lavoro, quindi perché ha ben altre entrate – legali o meno – che gli permettono di lavorare meno fuori dal proprio ruolo di amministratore), ma anche, se non soprattutto, una questione di dignità.

Ma al di là dei continui abbassamenti degli emolumenti per gli amministratori dei piccoli comuni c’è la schizofrenia della legislazione degli ultimi anni: continui rinvii, modifiche alle leggi, alle varie tasse, alle norme e quant’altro: tutto ciò rende realmente complicato amministrare. Questo accade ad ogni tipo di Comune, ma gli influssi peggiori li si hanno sulle piccole realtà dove le strutture degli uffici, che per carenza di personale sono poco attrezzate, fanno realmente fatica a “correre dietro” a tutte queste norme. E soprattutto rendono difficile il rapporto “amministratori”-”cittadino” poiché la responsabilità della pressione fiscale viene spostata, in parte almeno, dallo stato centrale (che riduce poco le tasse) al comune (costretto per legge in parte, ed in parte dalla situazione contingente, ad aumentarle).

E anche dove i comuni si sono impegnati a consorziare i servizi – per la maggiore con lo strumento delle unioni dei comuni – anche in questo caso il legislatore non aiuta: continue modifiche alle leggi che regolano questi “nuovi” enti rendono complicate le dinamiche di relazioni tra gli enti e rendono quasi impossibile una programmazione a medio o a lungo periodo, rendendo quindi poco efficaci questi enti. Se a questo aggiungiamo le incombenze sulle statistiche in continuo aumento degli ultimi anni (ricordo ancora uno di questi questionari che i comuni sono obbligati a compilare: quanti tombini ci sono sul territorio comunale?) che impegnano per settimane intere i nostri dipendenti pubblici o le incombenze sull’amministrazione trasparente (ottimo l’intento, sia chiaro, ma pessima la scelta realizzativa: decine e decine di documenti da compilare che nessuno mai leggerà) il quadro peggiora ogni anno. Vogliamo passare poi ai continui tagli attuati negli ultimi anni? Ve lo descrivo con un esempio concreto: uno dei 42 comuni della Vallecamonica nel 2009 tra ICI e trasferimento dello stato poteva contare su circa 290mila euro. Nel 2014 lo stesso comune, con aliquota IMU e TASI base, tra tributi sulla Casa/Immobili e trasferimento dallo stato ha potuto contare su meno di 245mila euro. Un taglio di poco meno di 50mila euro in 6 anni, il 15% circa. Una cifra enorme per un piccolo comune, se poi si considera che questa diminuzione di entrate va in netta controtendenza all’aumento della spesa per il sociale potrete capire come sia diventato complicato far quadrare i bilanci.

Riassumendo il tutto una semplice frase: il legislatore vuole cancellare i piccoli comuni, obbligandoli a fusioni “spintanee”, senza nemmeno avere il coraggio di dichiararlo apertamente.

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