Resistenza: attuale e necessaria.

Questo il discorso che ho tenuto alle celebrazioni per il 25 Aprile 2016

Siamo qui riuniti oggi per celebrare i 71 anni dalla liberazione italiana dall’oppressione fascista e straniera. Sono passati 71 anni dal 25 Aprile 1945, quando alle otto del mattino, dalla sede del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia a Milano, Sandro Pertini proclama lo sciopero generale:

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire. »

Nel giro di pochi giorni, agli inizi di Maggio 1945, grazie anche all’intervento delle forze militari alleate, tutta l’Italia è libera.

Sulla resistenza, sul significato del 25 Aprile, sul valore della libertà si è detto molto. Qualcuno dice che forse si è detto sin troppo. Ma proprio in questi giorni alcuni fatti mi fanno pensare che non si è detto troppo, e che ancora oggi il 25 Aprile serve per ricordare a tutti noi l’importanza di certi valori e principi. Il ricordare la Resistenza non è un’inutile demagogia, né per noi camuni, coinvolti in prima linea in quella guerra civile, né per ogni italiano che si vuol dichiarare tale, né probabilmente per nessun uomo che vuole definirsi “civile”.

Giusto stamane un leader politico italiano parla di ipocrisia citando alcuni colleghi politici che oggi festeggeranno il 25 Aprile, i suo valori, il suo significato nonostante siano artefici, a suo dire, di una nuova occupazione italiana, quella dei richiedenti asilo o degli stranieri che cercano in Italia una nuova vita. Credo che questo leader non abbia capito il significato di oggi, non credo abbia minimamente compreso cosa abbia significato la resistenza, quali valori la guidassero. Certo, forse qualcuno dei nostri partigiani lottarono principalmente per difendere la propria famiglia, il proprio paese, la propria nazione. Ma ritengo che la maggioranza di loro lottarono per ideali ben più alti e non personalistici. Ideali che vengono violentati da frasi come quella ho letto stamane sui social network.
Al di là delle convinzioni personali sull’accoglienza dello straniero, è sicuramente vile, antistorico e stupido paragonare l’occupazione nazista che avvenne in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 all’ospitalità che oggi molti Italiani vogliono attuare. E se si ragionasse con lo spirito di questo leader, pensando che solo la propria nazione, il proprio paese, il proprio popolo ha diritto di attenzione, probabilmente non saremmo qui oggi a festeggiare la liberazione italiana poiché oltre alla forza dei partigiani e di chi si oppose al regima nazifascista dall’interno, senza l’intervento dei nuovi alleati stranieri la storia forse avrebbe avuto un corso diverso.

Ma un altro evento mi ha fatto pensare all’importanza di oggi, a come sia sempre attuale ricordare il valore della pace, della libertà, della democrazia.
Domenica scorsa si è tenuta una delle più alte espressioni di democrazia diretta: il referendum. Non voglio nemmeno lontanamente polemizzare sull’astensionismo, sulla volontà o meno di non raggiungere il quorum per una precisa volontà politica, istituzionale o pratica. Ma due ragazzi in quei giorni mi hanno fatto riflettere. Il primo, che incontrandomi per strada la domenica pomeriggio, mentre mi recavo alle urne, mi disse “non dirmi nulla, non sgridarmi, perché so che tu la pensi diversamente: io oggi non vado a votare”. Pensando si trattasse di una legittima scelta di campo, gli risposi che non doveva preoccuparsi, perché rispettavo la scelta consapevole del non voto. Lui però mi stroncò, dicendomi “No no, non vado non perché non voglio far raggiungere il quorum. Non vado perché non serve a nulla. Tanto hanno già deciso. Non solo su questo argomento, su tutto. Il mio voto non serve a nulla. La democrazia ha fallito, è una farsa.”
Qualche giorno dopo un altro giovane ragazzo, mentre si parlava proprio del 25 Aprile, mi dice più o meno così: “Certo che siamo qui a parlare del 25 Aprile, della resistenza, di chi ha perso al vita per la pace, per la libertà, per lasciarci in mano un’Italia migliore. Quelle persone hanno lottato, molti hanno perso la vita, o la famiglia, o amati, per darci oggi una democrazia. Lo hanno fatto anche per permettere a me e a te di votare. E io cosa ho fatto Domenica? Un po’ per impegni, effimeri, un po’ per pigrizia, non sono andato a votare. Ho svenduto quei valori per stare comodo sul divano”.

Ogni anno ripeto in questi miei interventi l’importanza e l’attualità di celebrare il 25 Aprile e altri momenti storici che devono farci riflettere. E ogni anno ci sono avvenimenti che mi obbligano ogni volta a ripetermi. Sarebbe bello se non non ci fosse più la cocente necessità di continuare a ricordare. Ma bisogna farlo, perché ciò che ci è stato donato quel 25 aprile, è troppo importante per perderlo o anche solo indebolirlo.

Ma lasciate che oggi concluda ricordando qualcos’altro. Pochi giorni fa è stata organizzata, e
ringrazio ancora gli artefici, una serata in cui si sono ricordati gli internati militari italiani nei campi di concentramento e di lavoro forzato in Germania. Sono stati 600mila i militari catturati e fatti prigionieri dall’esercito tedesco dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, e che rifiutandosi di continuare una guerra che era diventata fratricida, vennero costretti ad una prigionia feroce e disumanizzante. Questa è forse una parte della storia di quegli anni poco raccontata, poco conosciuta. Ma è giusto oggi ricordare quei Braonesi che, oggi non ci sono più, e che all’epoca condussero la loro Resistenza rinchiusi, condotti al lavoro forzato, portati allo sfinimento delle forze, lontani da casa. Entro breve verrà prodotto uno scritto su quelle vicende e su quelle persone. Chi c’è stato qualche giorno fa alla serata dove è stato presentato questo lavoro di ricerca storica ha potuto visionare una video che ha commosso tutti, e non poteva essere diversamente. Ricordiamo quei Braonesi, ricordiamo per cosa hanno lottato, per quale motivo hanno perito. Un modo per farlo è probabilmente quello di informarsi su quello che hanno patito e quindi invito tutti, non appena sarà pronto quello scritto che a breve verrà reso pubblico, di farlo proprio.
Voglio quindi ricordare i nomi e le vicende di chi è citato in questo studio, forse mancherà qualcuno, e chiedo subito scusa per le eventuali mancanze:

  • Gelmini Giacomo, nato a Braone il 13 Aprile 1907, morto il 30 Aprile del 1996. Internato dai tedeschi probabilmente presso il Mal Baltico dopo l’8 settembre del 1943
  • Facchini Agostino, nato a Braone il 4 Agosto 1911, morto il 23 Dicembre 1976. Ha lottato su diversi fronti, anche esteri. In battaglia venne ferito ad una gamba ed aiutato dal compaesano Facchini Natale. Internato dai tedeschi presumibilmente dopo l’8 settembre del 1943
  • Gazzoli Innocente, nato a Braone il 2 marzo 1914, morto il 18 Giugno 2000. Fece la guerra in Eritrea, Albania e Russia, fu catturato dopo l’8 settembre del 1943, e venne liberato esattamente due anni dopo.
  • Facchini Natale, nato a Braone il 13 Maggio del 1919, morto il 23 Aprile 1980. Combatte nei Balcani, e in Russia, venne catturato dai tedeschi nei pressi di Campo Trens il 9 settembre del 1943.
  • Bonfadini Stefano, nato a Braone il 14 Febbraio 1924, morto il 21 Gennaio 2005. Internato dai tedeschi presumibilmente dopo l’8 settembre del 1943
  • Facchini Francesco Nato a Braone il 15 Febbraio 1924, morto il 18 Dicembre 1986. Catturato dai tedeschi il 9 Settembre 1943.
  • Facchini Giovanni nato a Braone il 2 aprile 1923, morto in Germania il 3 maggio 1945. Catturato dai tedeschi il 9 settembre 1943, non fece più ritorno in patria, se non come salma il 25 Ottobre 2014.

E quindi auguri a loro, alla loro memoria, ai loro famigliari e a tutti noi: Buon 25 Aprile.

 

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